La bussola finanziaria

crisi economica

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Sono al vaglio le modifiche che il governo potrebbe mettere in campo nel regime delle tasse di successione.
Ancora non si sa come si comporterà il governo Renzi. Ma, spiega MilanoFinanza, dopo aver aumentato l’imposta sulle rendite finanziarie dal 20% al 26%, adesso nel mirino del governo potrebbero esserci le eredità, l’ultimo baluardo dei patrimoni rimasto con una tassazione agevolata rispetto agli altri Paesi. L’attuale regime fiscale vigente in Italia, in base ai provvedimenti approvati in materia dal secondo Governo Prodi, prevede una franchigia di 1 milione di euro, soglia oltre la quale viene imposta un’aliquota del 4%, 6% o 8%, in base al tipo di parentela, per ereditare il patrimonio del defunto.

Le modifiche che il governo potrebbe mettere in campo nel regime delle tasse di successione sono di due ordini: l’abbassamento dell’attuale franchigia da 1 milione di euro a 100.000 euro e l’innalzamento delle aliquote dal 4% al 20%. I calcoli li fa il sito ForexInfo.it. Se si considerano le stime attuali relative ai patrimoni degli italiani ci si accorge che la ricchezza complessiva degli italiani tra immobili e investimenti si aggira intorno ai 9.437 miliardi di euro di cui 5.767 miliardi di immobili, terreni e gioielli (le cosiddette attività reali) e 3.670 miliardi tra conti correnti ,depositi bancari, azioni, bond e fondi (beni mobili ossia ricchezza liquida).

Oltre il 64% della ricchezza totale degli italiani è detenuta dagli over 50 e, assumendo la soglia di 82 anni come età media, ci si accorge facilmente che, nei prossimi trent’anni, circa 6.000 miliardi di euro passeranno in successione. Se le modifiche allo studio del governo – abbassamento della franchigia a 100.000 euro e innalzamento dell’aliquota al 20% – dovessero essere davvero attuate, nei prossimi trent’anni il fisco potrebbe mettere le mani su circa 1.200 miliardi di euro. Tanto basta per rendere verosimile la modifica da parte del governo.
Fonte MySoldi
Casa, il Fisco prende di mira le erdità immobiliari

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NEW YORK (WSI) – Acquistare una casa nella periferia di un (ex) grande centro urbano a $500, o addirittura a $1.

 

E’ possibile a Detroit, ex capitale mondiale dell’auto, la più grande città in bancarotta nella storia degli Stati Uniti, ufficialmente dal luglio del 2013.

Una città in declino, con una popolazione che dal picco di 1,8 milioni di abitanti, conta ora appena 700.000 unità. In tutto, ci sono 78.000 case abbandonate.

In termini percentuali, un terzo della città è stato abbandonato, il 60% dei bambini di Detroit vive in condizione di povertà, la disoccupazione è ben al di sopra della media nazionale, scesa comunque dal 24,9% del 2009 al 16,3% del 2013.

Il 40% delle luci della città non funziona, la risposta delle forze dell’ordine alle chiamate di emergenza arriva dopo 58 minuti, il tasso di omicidi è il più elevato in 40 anni, e solo un terzo delle ambulanze è operativo.

Acquistare un’abitazione in un contesto del genere, è bene dunque precisarlo, ha i suoi rischi. Ma è anche vero che Detroit sta assistendo a qualche sussulto di vita, almeno da quando il magnate Dan Gilbert ha investito nel suo centro $1 miliardo riuscendo così a creare dal 2010 6.500 posti di lavoro. Il risultato è che nel centro della città il tasso di occupazione delle abitazioni residenziali è arrivato al 99,4%.

di: WSI

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TASSI AI MINIMI STORICI PER BTP A 5 E 10 ANNIEurozona fa meno paura.

L’Eurozona non è più al centro delle preoccupazioni dei mercati. Una prova è arrivata dall’esito dell’ultima asta di debito sul primario dell’italia.

Il Tesoro ha collocato Btp a 5 e 10 anni per 8,45 miliardi di euro. Per la scadenza più breve sono stati recuperati prestiti per 4 miliardi di euro con un rendimento lordo al 2,43%, in calo rispetto al 2,71% dell’ultima asta. Sono i minimi dalla nascita dell’euro.

Collocati 8,45 miliardi.

A 5 anni il Tesoro dovrà sborsare interessi del 2,43%, il minimo dalla nascita euro.

Sulla scadenza lunga toccato invece il 3,81% contro il 4,1% del mese scorso: sono i minimi da agosto 2010. L’importo richiesto, in questo caso, ha superato i 5,9 miliardi di euro.

Fonte WSI

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TUTTI I PRINCIPALI GRUPPI BANCARI ITALIANI SONO CON LE FORBICI IN MANONon solo Banca Mps, UniCredit, Intesa Sanpaolo, Ubi Banca, Banca Popolare di Milano e Banco Popolare sono tutte con le forbici in mano a calibrare la giusta quantità dei tagli.

UniCredit

In Italia le uscite per i piani di prepensionamento incentivati dal 2007 al 2014 sono state 11.900. Di questi, 200 usciranno nel 2014. Dal 2010 le assunzioni sono state circa 3.000, un dato che comprende le 400 effettuate nel 2013. Delle 500 annunciate all’inizio dell’anno, le 100 che restano si concretizzeranno nel 2014.

Intesa Sanpaolo

In Italia dal 2007 al 2013 24mila persone sono uscite con piani di esodo incentivato e volontario. Il rapporto tra uscite e assunzioni è stato di 2 a 1. Sono infatti entrare 12mila risorse, quasi tutti giovani. Di questi, 4.800 sono stati assunti con contratto di apprendistato. Confermato il 99,7% del totale.

Ubi Banca

Quando il gruppo è nato, nel 2007, i dipendenti erano più di 21mila. Oggi sono circa 18.500. L’ultimo piano prevedeva l’accesso al percorso di esodo anticipato per 650 risorse e l’ingresso di 240 giovani in tre anni dal 2013. Con l’esodo volontario alla fine sono uscite 736 risorse. Per questo, è stato raggiunto un accordo finalizzato ad accogliere altre 43 persone.

Banca Popolare di Milano

Nel dicembre del 2011 i dipendenti erano 8.500, mentre quest’anno sono 8mila e nel dicembre del 2015 dovranno essere 7.800 circa. Nel luglio del 2012 il gruppo ha approvato il piano industriale 2012-2015 che tra l’altro prevede una riduzione dell’organico. Nel 2013 sono previste 600 uscite contro 140 assunzioni.

Banco Popolare

Dal gruppo, le uscite messe in conto nel periodo compreso tra il 2010 e il 2015 sono 2.500. Fra il 2010 e il 2011 è stata realizzata la prima riduzione di 1.003 risorse rispetto alle 850 previste nel piano industriale. Nel 2012 la riduzione è stata di 472 persone, mentre nel periodo 2013-2015 l’obiettivo si colloca a 1.025 unità.

Fonte: “SOLE 24ORE”

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REDDITOMETRO GRANDE FRATELLO IN AZIONEREDDITOMETRO GRANDE FRATELLO IN AZIONE” />In questo periodo risultano in partenza i controlli fiscali relativi al tanto temuto «redditometro». Il meccanismo prevede un confronto in due parti con il contribuente.

La fase uno è quando si viene invitati a comparire presso gli uffici dell’ Agenzia delle Entrate, con lo scopo di giustificare le eventuali incongruenze tra le spese emergenti dalle banche dati dell’Anagrafe tributaria e il reddito dichiarato.

Se il contribuente non fornisce chiarimenti, oppure questi vengono contestati dal funzionario, viene notificato l’invito al contraddittorio finalizzato ad una soluzione stragiudiziale della controversia. Nei successivi incontri, si potrà definire la lite oppure si passa alla fase due e si arriva al vero e proprio accertamento, ovviamente impugnabile in Commissione tributaria.

Questo è il meccanismo in cui ci si muove. Ma esistono mosse consigliate ed errori da non commettere. Insieme agli esperti di Eutekne abbiamo provato a individuarne alcuni.

L’INDAGINE

La richiesta di documenti per l’accertamento? Ci si può opporre ma evitare il muro contro muro

1 – L’accertamento è anche una sfida di nervi e richiede capacità comportamentali. Bisogna saper distinguere ciò che è consentito dalla legge da ciò che però è sconsigliabile fare. Un esempio su tutti: esiste una norma, l’art. 32 co. 4 del DPR 600/73, che dichiara (nel corso del processo e dell’accertamento con adesione) l’inutilizzabilità dei dati, delle notizie e dei documenti non esibiti nel corso della prima fase di confronto tra le parti.

Insomma nella fase due nessuno può costringervi ad esibire documenti non richiesti in fase uno, semplicemente evitate di esacerbare gli animi ponendo veti su documenti che non vi danneggerebbero o che non risulterebbero determinanti. Vero che avreste tutto il diritto di opporvi ma non sempre il muro contro muro risulta una scelta vincente. Infine non dimenticate che possono assumere valore anche le dichiarazioni di terzi supportate da elementi esterni.

LA NORMATIVA

Il fai-da-te con il Fisco non sempre conviene Per le questioni complesse meglio il consulente

2 – Non farsi prendere dal panico ma neanche sottovalutare il pericolo. Sono due atteggiamenti sbagliati che potrebbero complicare l’accertamento indipendentemente dal fatto che si abbia o meno qualcosa da nascondere. Il diritto tributario è una materia alquanto complessa, ragion per cui, al fine di avere delucidazioni sul comportamento da tenere e su che documenti esibire, oppure su che dati fornire, è utile chiedere il consiglio di una persona (commercialista, avvocato, tributarista) che, professionalmente, si occupa di tali questioni. Non è necessario affidare interamente le proprie questioni a un professionista ma consultarlo per un parere e qualche dritta è consigliabile. Spesso ci piovono addosso pareri e consigli forniti da amici o conoscenti sulla base del «sentito dire»: valutateli con cautela perché in alcuni casi possono rivelarsi dannosi, dato che ogni situazione, ai fini del redditometro, deve essere valutata a sé stante.

Guadagnare tempo per recuperare le «pezze d’appoggio» e preparare la difesa

3 – In genere, il tempo minimo per invitare il contribuente a comparire e a fornire i chiarimenti/documenti richiesti è di quindici giorni. Se c’è necessità di più tempo per reperire i documenti, è possibile chiedere una proroga del termine, ma utilizzate il tempo che vi serve per consultare esperti e ricontrollare con attenzione ciò che avete sostenuto nel primo colloquio. Servirsi di tutto il tempo a disposizione può essere molto utile a creare un’attenta linea difensiva e a cercare «le pezze d’appoggio» per sostenere le proprie tesi. Per esempio, se il redditometro ha acceso un faro per l’acquisto della vostra auto, barca o moto, tenetevi pronti a esibire contratti d’acquisto o di leasing e poi siate in grado di dimostrare la tracciabilità delle spese di manutenzione sostenute.

LE SANZIONI

Ignorare l’avviso può costare oltre 2 mila euro E indispettire la Commissione Tributaria

1 – La tentazione ce l’hanno in tanti: far finta di niente, negarsi, non presentarsi all’appuntamento, prendere tempo, procrastinare. Sono tutte tecniche difensive che però non pagano mai. E come tali sono tra le più sconsigliabili. Il comportamento ostruzionistico è persino previsto e sanzionato: si rischia una sanzione amministrativa che va da euro 258 a euro 2.065. Ma ciò che è ancora più determinante è il fatto che la mancata collaborazione può essere un elemento valutabile in maniera negativa dalla Commissione Tributaria, alla quale il contribuente potrebbe essere costretto a rivolgersi in seguito. Preparatevi con «armi convenzionali»: se vi contestano le spese di ristrutturazione usate per la detrazione fiscale, siate pronti a esibire ricevute di pagamento e bonifici bancari (unico strumento ammesso per ottenere il bonus).

I DOCUMENTI

Fornire notizie non vere non è reato Ma con atti falsificati si rischia il carcere

2 – A volte, negli inviti a comparire notificati per il «vecchio» redditometro era specificato che ove fossero fornite notizie e dati non rispondenti al vero, si sarebbe configurato un reato perseguibile penalmente. Però attenzione, non bisogna credere che la mancata giustificazione delle incongruenze costituisca reato e provochi l’avvio automatico di un procedimento penale. Non ci sono limiti alla modalità con cui si può giustificare una spesa: per esempio se l’oggetto contestato è un immobile, il soggetto può dimostrare di aver ottenuto un mutuo bancario, di aver utilizzato i soldi derivanti da una precedente cessione di un ulteriore immobile, di aver smobilizzato fondi, di aver ottenuto prestiti da familiari, di avere redditi “tassati alla fonte” come gli interessi attivi bancari e così via. Il penale scatta solo in ipotesi molto circoscritte, ad esempio quando viene esibito un documento materialmente falso.

LE VERIFICHE

Per dipendenti e pensionati utile tenere pronti gli estratti conti

3 – Il redditometro potrebbe riguardare anche lavoratori dipendenti e pensionati, soggetti teoricamente meno esposti all’evasione. Dover rispondere al Fisco può richiedere tempo ed energie, ma l’accertamento da redditometro è previsto dalla legge, quindi i funzionari dell’Agenzia delle Entrate operano nel pieno rispetto del diritto, anche se quel contribuente fosse «fedele» fiscalmente al 100%. Avere un atteggiamento scontroso («andate a cercare i veri evasori»), rischia solo di allungare i tempi di un procedimento che potrebbe essere archiviato prima dell’accertamento. Ricordatevi che il redditometro utilizza parametri predefiniti e a volte l’incrocio tra reddito dichiarato e tenore di vita può far accendere la spia del controllo. Per esempio, avete redditi che derivano da disinvestimenti (che non compaiono in dichiarazione dei redditi)? Tenete pronti gli estratti conto.

Tratto da “Corriere della Sera”

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IMU, UN ADDIO AI VANTAGGI FISCALI DI POLIZZE VITA ED INFORTUNISaranno le polizze Vita e infortuni a pagare per la scomparsa dell’IMU. L’entrata in vigore del tanto discusso Decreto legge 31 agosto 2013 n. 102 recante “Disposizioni urgenti in materia di IMU, di altra fiscalità immobiliare, di sostegno alle politiche abitative e di finanza locale, nonché di Cig e di trattamenti pensionistici”, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 204/2013 presenta una brutta sorpresa per il mondo del risparmio gestito.

Secondo quanto scritto nel decreto, infatti, saranno i sottoscrittori delle polizze Vita e infortuni a pagare per compensare i mancati introiti dovuti alla cancellazione dell’IMU, grazie ad una forte riduzione del tetto massimo di detraibilità di questi strumenti che dovranno fare i conti, da qui a due anni, con un taglio di quattro quinti. In una parola: addio vantaggi fiscali per chi sottoscrive questi strumenti.

Restano ancora invariate le aliquote per la deduzione dei Piani Individuali Pensionistici, cioè resta invariato il tetto massimo dei € 5.164/annui da poter dedurre dal proprio reddito, sia per lavoratori autonomi che per lavoratori dipendenti, e beneficiare del vantaggio fiscale pari al valore della tassazione applicata sul proprio reddito lordo.

I Piani Individuali Pensionistici, oltre che colmare il disavanzo che si andrà a creare tra il proprio reddito da lavoro ed il valore della pensione, offrono un grosso vantaggio fiscale e finchè lo Stato non sarà costretto ad applicare manovre correttive anche

Su questi prodotti, il vantaggio resterà ancora molto alto.

Prima di vedere sfumare anche questa opportunità è importante approfittarne finche sarà possibile.

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ASSALTO AL MADE IN ITALYQuesti i numeri: 363 aziende italiane vendute nel periodo dal 2009 ad oggi, sono state acquisite da imprenditori/fondi d’investimento/fondi sovrani 363 aziende italiane per un controvalore di circa 47 miliardi di euro.

Le cause sono da ricercare non soltanto  nella Grande Crisi che ci attanaglia da cinque anni , ma anche nel Belpaese preda degli appetiti degli investitori esteri a caccia di marchi riconosciuti, da aziende in saldo, complicate transizioni generazionali che favoriscono il passaggio di mano.

Lo studio realizzato dalla società di revisione Kmpg per il Corriere della Sera testimonia come il picco si è avuto nel 2011 quando sono state 109 le operazioni sul mercato italiano, mentre nei primi sei mesi del 2013 si è in linea con gli anni precedenti (42 acquisizioni per un ammontare di 4,1 miliardi di euro) nonostante “la dura recessione economica”.

Da Bulgari acquisita dalla holding del lusso Lvmh per 4,3 miliardi di euro (2011) alla Parmalat finita nelle mani francesi di Lactalis per 3,7 miliardi (stesso anno). Alla più recente Loro Piana, rilevata all’80% dallo stesso gruppo emanazione dell’impresario Bernard Arnault (2013) alla Coin controllata dal fondo inglese di private equity Bc Partners a fronte di una spesa di 906 milioni di euro (sempre nel 2011). E ancora: la Ducati comprata dalla tedesca Audi del gruppo Volkswagen per 747 milioni (2012) e il gruppo Valentino ora di proprietà di Mayhoola for Investment, società riconducibile allo sceicco Hamad bin Kahlifa al Thani, emiro del Qatar che ha “sborsato” 700 milioni di euro nel 2012 per rilevare la prestigiosa griffe.

L’elenco potrebbe proseguire con Moncler, Ferrè, Bertolli, Orzo Bimbo, Cesare Fiorucci, Mv Agusta (passata alla Harley Davidson nel 2008 e poi rivenduta all’ex proprietario Claudio Castiglioni) e Ferretti yacht (ora cinese), ma è da smentire lo stereotipo che le acquisizioni da oltre-frontiera siano accelerate dalla crisi e da sette trimestri consecutivi di Pil italiano negativo. In realtà gli investimenti diretti esteri seguono una dinamica speculare alla situazione economica del sistema-Paese di destinazione, tanto che nel 2007 – l’ultimo anno di crescita sostenuta – le operazioni sul mercato italiano avevano toccato la cifra-record di 28,4 miliardi di euro.

Dice Innocenzo Cipolletta, neo-presidente del Fondo Italiano d’Investimento (la società di gestione del risparmio compartecipata dal ministero del Tesoro, da Cdp, Abi, Confindustria e alcune banche-sponsor) che guardare gli investitori esteri con diffidenza è un clamoroso errore di valutazione: “Ogni acquisizione è una prospettiva di sviluppo per l’impresa in sé. Non sono mai investimenti in aziende decotte, quindi possono persino creare occupazione perché aprono nuovi mercati e suggeriscono nuove piattaforme distributive per i prodotti del made in Italy. Semmai dobbiamo preoccuparci del perché poche aziende italiane comprino oltre-frontiera, ma qui l’accento è da porre sul basso accesso ai capitali di rischio delle nostre imprese, poco interessate a quotarsi in Borsa per il terrore di perdere il controllo della società”.

Analisi condivisa da Giuseppe Latorre, partner Kpmg corporate finance, che punta il dito contro “la nostra ossessione del controllo che testimonia una visione miope in ottica di crescita e sviluppo” e invita a “non dispiacersi dell’eventuale perdita di sovranità”. Colpisce tuttavia come la politica di acquisizione di aziende italiane porti persino a un aumento del numero di addetti, al netto di un eventuale accentramento delle funzioni di staff che invece fuggono altrove. Secondo uno studio congiunto Politecnico di Milano/Intesa Sanpaolo il numero degli addetti italiani che lavorano per conto di aziende a ragione sociale estera è di oltre 886mila (dato 2012), in crescita di oltre 30mila unità rispetto al 2005.

Spiega Stefania Trenti, economista dell’ufficio studi di Ca’ de Sass, come il nuovo fronte riguarda i servizi professionali: “L’apertura di filiali italiane da parte di grandi studi legali internazionali crea posti di lavoro ad alto valore aggiunto. Ed un è merito”.

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