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La bussola finanziaria

polizza RC obbligatoria per tutti i professionisti23 Maggio 2013

La riforma delle professioni varata lo scorso anno (art. 5 del Dpr 7 Agosto 2012) ha stabilito che, a partire dal 13 Agosto, diventa effettivo l’obbligo per i professionisti di stipulare una polizza RC professionale  per continuare la propria attività in autonomia. Circa 2 milioni di iscritti a un albo professionale, che ad oggi non hanno ancora provveduto dovranno obbligatoriamente stipulare la polizza per poter esercitare la propria professione liberamente.

Nel dettaglio, il provvedimento stabilisce che il professionista deve:

  • stipulare un’assicurazione per tutelare il cliente da possibili danni, come la perdita di documenti importanti e altro.
  • deve rendere noto al cliente i dati relativi alla sua polizza.

Il vantaggio di stipulare la polizza è che sarà questa e non il professionista a risarcire i danni anche nel caso in cui questi svolga attività molto delicate come nel caso di ingegneri e avvocati. L’intento dell’obbligo della polizza è quello di proteggere ingegneri, medici e avvocati, che svolgono attività molto delicate, da una svista, una disattenzione, che nel caso loro potrebbe costare molto cara al cliente. La sottoscrizione della polizza infatti, permetterà al professionista di tutelarsi da possibili danni arrecati al cliente nell’esercizio della sua professione, per quelle responsabilità che riguardano l’ambito civile, amministrativo, penale e disciplinare in caso di inadempienza, negligenza, imprudenza o imperizia anche con colpa grave.

Lo svantaggio è che l’obbligo di stipulare la polizza vale anche per i giovani professionisti a inizio carriera.

La polizza non copre danni recati con atto e omissione dolosa. Inoltre le assicurazioni si riservano il diritto di non rilasciare la polizza ad un professionista non affidabile.

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Pianificazione successoriaIl trust interno a garanzia del passaggio generazionale della propria ricchezza nelle famiglie

A volte un testamento non é sufficiente per ripartire le proprie ricchezze una volta che il nostro destino é segnato.

Le esigenze possono portare alla ricerca di soluzioni più ottimizzate come possono essere la polizza assicurativa, l’esecutore testamentario e altre soluzioni.

Purtroppo quando la situazione privata e finanziaria si fa molto complessa e ci sono affetti diversi che vengono coinvolti nella divisione dei beni lasciati dal defunto, possono crearsi situazioni d’imbarazzo tra gli eredi che possono sfociare in litigi e lunghe cause che a questo punto sorvolano il desiderio ed il volere del defunto.

Il Trust non é altro che una delle soluzioni che possono essere offerte per pianificare patrimoni importanti e complessi a favore dei nostri beneficiari futuri, affinché vi sia una suddivisione adatta alle proprie richieste.

Infatti il Trust non viene paragonato ad una semplice polizza che una volta implementata la successione dei beni trasferisce la proprietà degli stessi immediatamente ai beneficiari.

Il Trust si adatta molto di più alla costruzione ed alla gestione di beni da parte di una persona di fiducia (trustee) al quale si trasferisce la ricchezza prescelta affinché la gestisca secondo i nostri intenti a favore di determinati beneficiari, pre o post-morte.

In effetti la cosa più interessante é che i beni possono essere gestiti anche post-morte. Ciò significa che dopo la morte del de-cuius il patrimonio può rimanere in pancia al Trust secondo determinate istruzioni impartite dal settlor (chi costituisce il trust, ovvero lo stesso de-cuius).

Di fatto possiamo dire che il Trust é una struttura fiduciaria istituita da qualcuno (settlor) mentre una persona, una società o un’altra organizzazione, chiamata trustee, assume la proprietà legale dei beni collocati nel trust dallo stesso settlor. Il trustee detiene e gestisce il patrimonio a favore del beneficiario del trust che quindi é il “reale” proprietario del trust, quasi come se la pianificazione fosse implementata, ma non é proprio così.

Il trustee ha doveri di carattere fiduciario nei confronti dei beneficiari, il che signifia che egli deve operare in qualunque momento nel miglior interesse dei beneficiari, a volte effettuando scelte con propria autonomia (specialmente durante il periodo post-morte del settlor) secondo una lettera d’intenti rilasciata durante la costituzione di questo affascinante “negozio giuridico”.

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diversità di veduteAgli esperti delle case d’investimento piacciono ancora le azioni, poiché i prezzi di molti titoli obbligazionari sono troppo cari e hanno margini di crescita limitati. Il ragionamento dei gestori, a grandi linee, è più o meno questo: visto che sui mercati c’è molta liquidità a disposizione, grazie anche alle politiche accomodanti delle banche centrali, nei prossimi mesi (e nei prossimi anni) molti investitori continueranno a puntare sulle azioni, che sono scambiate a un valore relativamente più conveniente rispetto ai bond.

“Parecchie obbligazioni a tasso fisso, in particolare quelle emesse da società private, oggi garantiscono un rendimento al netto dell’inflazione molto basso, cioè non superiore all’1% annuo o addirittura negativo”, inoltre, ci sono dei titoli azionari, per esempio quelli del settore farmaceutico o del comparto alimentare come Nestlé, le cui azioni offrono invece una remunerazione sotto forma di dividendi superiore di almeno 2 o 3 punti percentuali, rispetto al rendimento dei bond collocati dalle stesse società. Per questo, secondo i gestori, il settore azionario è interessante.

Grande interesse suscitano ancora le azioni ad elevato dividendo, che hanno buone chance di rimanere appetibili sul mercato, non bisogna però trascurare i titoli ciclici, come quelli del comparto industriale, che possono beneficiare in futuro dell’arrivo della ripresa economica.

LE INCOGNITE PER I MERCATI

Un punto interrogativo riguarda invece l’andamento del prezzo dell’oro, nella prima parte dell’anno, a dispetto delle previsioni di molti esperti, le quotazioni del metallo giallo hanno subito un tonfo, scendendo da 1.600 dollari all’oncia fino ai circa 1.400 dollari attuali. Esperti del settore non escludono che il prezioso metallo, spesso utilizzato come bene rifugio possa registrare un ulteriore ribasso fino a 1.000 dollari, che potrebbe interrompersi soltanto se riprenderanno gli acquisti di oro sui mercati emergenti come la Cina e l’India. Nel breve periodo  il metallo giallo non dovrebbe brillare molto, più lusinghiera è la previsione di medio e lungo termine, l’oro resta comunque un’alternativa irrinunciabile, soprattutto per chi non si fida di questa euforia delle borse che, se confrontata con i dati poco esaltanti dell’economia reale, fa pensare davvero al ritorno di una bolla speculativa.

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conviene investire in immobili oppure in BTP23/08/2012

L’investimento nel mattone ha sempre portato ad ottenere dei buoni rendimenti rispetto ai Titoli di Stato. Ma ultimamente le cose sembrano essersi invertite.

“INVESTI I SOLDI NEL MATTONE !” É  questo che ci insegnavano i nostri nonni e sicuramente questa si è sempre rivelata un impiego che portava buoni frutti e i risparmi si rivalutavano anno dopo anno. Attualmente però lo scenario è radicalmente cambiato.

In un inserto del Sole 24 Ore è stato analizzato il mercato odierno e il rapporto con un investimento in titoli di Stato  e le cose che ne sono scaturite sono state alquanto curiose: infatti oggi sul fronte dei rendimenti l’investimento immobiliare, appesantito dalle tasse, non tiene il passo dei BTP decennali, certamente più rischiosi ma decisamente più remunerativi.

I buoni del tesoro poliennali italiani oggi rendono tra il 5,5% e il 6% lordo, contro il 4% lordo offerto in media da un immobile affittato. Come se non bastasse, gioca a favore dei BTP anche la semplicità di acquisto e di rivendita sul mercato aperto, che contrasta alla difficoltà in aumento che si incontra sia in sede acquisto di immobili, soprattutto per via del freno posto dagli istituti di credito, che in sede di vendita, per via della crisi che sta attraversando il mercato.

Quindi per questi motivi, il mattone oggi ha visto allontanarsi l’interesse degli investitori e in aggiunta la fase di crisi economica ha prodotto un vero e proprio crollo del mercato immobiliare

A tal proposito Bankitalia ha condotto un’indagine intervistando 1.523 agenti immobiliari, i quali hanno ribadito che nel periodo aprile-giugno 2012 è stato registrato un calo dei prezzi, inoltre risulta ridotto il numero di agenzie che sono riuscite a vendere almeno un immobile, soprattutto a causa della forte riduzione delle proposte di acquisto. Contestualmente, è aumentato il margine di sconto concesso agli acquirenti, passato al 15,4% rispetto al 12% dello stesso periodo dello scorso anno, e sono cresciuti i tempi in cui si riesce a vendere una casa: nove mesi nelle aree non urbane e sette mesi in città.

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BTP Italia o buoni postali indicizzati all'inflazioneIl Btp Italia, titolo introdotto nell’anno 2012 dal Tesoro, si avvicina molto come struttura ai buoni postali indicizzati all’inflazione.

Entrambi questi prodotti infatti hanno un rendimento determinato da un tasso base (tasso reale) a cui si aggiunge l’indice di inflazione italiana FOI ex-tabacchi. I due titoli sono quindi facilmente confrontabili.

Appare subito evidente come il Btp Italia sia stato sempre vincente rispetto al buono postale. Le tre emissioni del Btp Italia del 2012 hanno avuto rispettivamente un tasso reale base di 2,45%, 3,55%, 2,55%.

L’attuale serie di buoni postali ha un tasso effettivo lordo pari a 1,55%, e anche la serie di dicembre 2011 (quando i tassi di interesse erano ai massimi) raggiunse “solo” il 2,27%. Inoltre questi tassi si riferiscono alla scadenza a  10 anni (sarebbero inferiori se il buono viene riscosso prima), mentre i Btp Italia hanno scadenza quadriennale e garantiscono un ulteriore premio dello 0,4% se mantenuti dal collocamento alla scadenza.

Insomma, se si guarda al rendimento, il Btp Italia vince nettamente.

Caratteristiche Btp Italia e BFPi:

Entrambi i titoli sono adatti ai piccoli risparmiatori: i BPFi sono sottoscrivibili anche con 250 euro, mentre 1.000 euro è il minimo per i Btp Italia.

I buoni sono emessi regolarmente ogni mese senza costi di sottoscrizione. I Btp sono collocati sulla base delle esigenze del Tesoro e la data di collocamento è nota solo un mese prima (circa). Anche per i Btp non si pagano commissioni se acquistati al collocamento, se invece vengono acquistati sul mercato si pagano le normali commissioni di negoziazione della banca.

Entrambi sono garantiti dallo Stato (i buoni tramite la Cassa Depositi e Prestiti) con interessi tassati al 12,5%.

Btp Italia e buoni sono quindi molto simili ma sulla base del rendimento si dovrebbe propendere per i primi. Quando si può invece optare per i buoni postali?

Quando è preferibile il buono postale al Btp Italia

Si potrebbero scegliere i buoni postali anche in un’ottica di diversificazione, però questa risulta essere una motivazione debole. Sia i Btp Italia che i buoni postali sono di fatto garantiti dallo Stato Italiano, quindi soggetti al medesimo rischio emittente.

La vera ragione per scegliere i buoni indicizzati all’inflazione è che questi non sono soggetti al rischio tasso. Chi ha investito in Btp sa che, al variare dei tassi di mercato (e dello spread), il valore dei suoi titoli varia. Con i Btp Italia quindi si possono avere variazioni positive o negative in conto capitale qualora si venda prima della scadenza. Con i buoni postali invece il capitale è sempre garantito, e dopo 18 mesi anche gli interessi.

Ovviamente questa risulta una motivazione valida solo se si ritiene che ci sia la possibilità di vendere in anticipo i Btp. Se portati a scadenza infatti, il capitale è garantito anche per questi.

Occorre ricordare però, che gli interessi dei Bfp vengono liquidati all’investitore soltanto dopo 18 mesi dall’acquisto e non ogni semestre, come avviene invece per i Btp.

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Crisi immobiliareQualche giorno fa il Censis lanciava  l’allarme, che prevedeva, grazie all’ introduzione dell’ IMU, ribassi dei prezzi delle casa nel 2012 dal 20 al 50%, ritenendo che la nuova tassa sulla casa potrebbe portare ad una pesante svalutazione degli immobili; il valore delle abitazioni potrebbe scendere di un 18% a giugno e di un 35% a dicembre con effetti maggiori per gli immobili commerciali, dove la svalutazione potrebbe essere di un 30% a giugno e del 40% a dicembre.

Aggiungiamo pure il fatto che secondo i dati riportati dal bollettino statistico di aprile della banca d’Italia, l’erogazione dei mutui, nel quarto trimestre del 2011 ha registrato una contrazione del 25,29% rispetto all’analogo trimestre dell’ anno precedente.

Inoltre, anche l’importo medio richiesto per comprare l’immobile ha subito una contrazione, che è stato di euro 130.700, registrando il valore più basso degli ultimi 5 anni.

Secondo un rapporto dell’ufficio studi BNL, dal 1970 al 2000 sempre più italiani sono diventati proprietari di casa, tipica propensione made in Italy, il ricorso ai mutui era esiguo anche perché i tassi richiesti erano oltre il 10%, ci si basava sulla capacità del risparmio per acquistarla, poi dal 2000 i mutui garantiti dall’euro hanno offerto dei tassi mai visti prima nel nostro paese e i prestiti sono diventati la leva del mercato, i mutui li concedevano con grande facilità e l’ importo erogato, a volte, era ben superiore alla cifra necessaria. Si iniziarono a concedere con durate lunghissime, mai viste prime, 25 – 30 – 40 anni di rate. Tra il 1978 e il 2008 la percentuale dei proprietari è aumentata di quasi un 20%, passando dal 50% a poco meno del 70%. Mentre gli affittuari si sono dimezzati, dal 40% a poco più del 20%.

Gli italiani per poter sostenere i loro impegni sono costretti ad applicare una “dieta” alle loro esigenze, in quali termini ?:

  • L’ 87,3% riorganizza la spesa alimentare cercando offerte speciali e comprando cibi meno costosi
  • Il 78,5% riduce il numero di cene e pranzi fuori casa per svago
  • Il 68,8% sente meno l’esigenza di acquistare cose nuove
  • Il 63,3 % riduce gli spostamenti con auto e scooter per risparmiare sul carburante

Da un’indagine condotta da Casa.it emerge che in Italia due famiglie su tre si vedono costrette a sostenere i propri figli, in crescente difficoltà economica, nell’ acquisto della prima casa. La maggior parte dei giovani tra i 20 e i 35 anni, infatti, ricorre ai risparmi dei  propri genitori per potersi permettere di vivere da soli. I giovani infatti, a causa della crisi, per comprare il proprio immobile devono rifarsi al patrimonio familiare.

Considerato tutto ciò è ipotizzabile che se non quest’anno, ma il prossimo, il mercato immobiliare sarà interessato ad un significativo sgonfiamento dei prezzi.

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Riforma ForneroDa gennaio 2013 si potrà andare in pensione a 66 anni e 3 mesi e restare in attività fino a 70 anni e tre mesi senza essere licenziati. L’adeguamento delle età pensionabili alla speranza di vita Istat introdotto dal governo Berlusconi (3 mesi in più ogni 3 anni) e accelerato dalla riforma Fornero (3 mesi ogni due anni dal 2019) inizia a prendere forma e già dal prossimo anno gli italiani potranno saggiarne le conseguenze. Per andare in pensione di vecchiaia da gennaio i dipendenti pubblici (uomini e donne), i dipendenti privati e gli autonomi dovranno lavorare almeno fino a 66 anni e tre mesi (contro i 66 di quest’anno), mentre le dipendenti private, ma fino al 2018, quando il limite minimo sarà per tutti 66 anni e 7 mesi, potranno lasciare il lavoro a 62 anni e tre mesi.

Dal prossimo mese salirà anche la soglia contributiva per accedere alla pensione di anzianità, che la riforma Fornero definisce “anticipata”, 42 anni e 5 mesi per gli uomini e 41 anni e 5 mesi per le donne, mentre gli “inesauribili” potranno lavorare fino a 70 anni e tre mesi senza essere licenziati, limite che, sulla base dell’ultimo rapporto della Ragioneria dello Stato sugli adeguamenti relativi alle previsioni di allungamento della vita elaborate dall’Istat, nel 2065 salirà addirittura a 75 anni e 3 mesi. Coloro che decideranno di uscire dal lavoro prima dei 62 anni, ancora, subiranno un taglio all’assegno previdenziale dell’1% per ogni anno fino ai primi due e del 2% poi.

Il nuovo regime, ricordiamolo, dovrà convivere con le vecchie regole fino a giugno 2013 per quegli autonomi che avevano maturato i requisiti per uscire dal lavoro prima della riforma del 2011 ma che dovevano aspettare la cosiddetta “finestra mobile” per andare in pensione (18 mesi per i lavoratori autonomi e 12 per i dipendenti) e ancora per qualche anno per gli “esodati” (130mila quelli fino ad ora coperti finanziariamente dall’esecutivo).

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